Via Mazzini, ore 6:00. Il primo raggio di sole colpisce la facciata di un palazzo liberty abbandonato. Le finestre rotte diventano occhi che guardano il tempo passare. In questa luce radente, il degrado si trasforma in poesia visiva.

Il mercato dopo la chiusura. Le cassette vuote, i resti di verdure sul selciato, l'eco di voci che non ci sono più. C'è qualcosa di teatrale in questi spazi quando si svuotano, come se la città si concedesse un respiro prima di ricominciare.

Una fermata dell'autobus in periferia, ore 14:30. Il sole picchia sulla pensilina di plastica, nessuno aspetta. La panchina metallica riflette il cielo, creando un portale verso un altro mondo. La solitudine urbana ha una sua geometria precisa.

Il sottopasso della stazione. Murales sovrapposti, tag illeggibili, strati di colore che raccontano anni di passaggi. Ogni graffito è una voce, ogni colore un grido silenzioso. L'arte del sottosuolo parla una lingua che pochi sanno decifrare.

Il cortile interno di una ex fabbrica tessile. La natura riconquista il cemento: rampicanti che abbracciano i macchinari arrugginiti, muschio che colonizza i pavimenti. Quando l'uomo si ritira, la vita trova sempre una strada per tornare.