Io non sono intelligente.
Sono più o meno capace di formulare frasi dotate di senso.
Uso parole più o meno ricercate, desuete o auliche.
L'intelligenza è l'impressione che ti ingenera la compiutezza delle frasi che formulo.
Ma io non sono bravo a formulare frasi.
È che ho letto tante frasi dotate di senso e il mio cervello ha assimilato il senso di quelle frasi così da poter formulare, con altre parole, frasi altrettanto compiute.
Eppure le parole sono invenzioni.
Sono il modo che l'uomo ha di descrivere e comunicare la Realtà. Le parole sono un tratto scuro su un foglio bianco, oppure un'onda di pressione meccanica che agita l'aria con più o meno frequenza. Le parole non sono la Realtà, ma sono il mezzo per tentare di comprenderla, dunque descriverla.
Il mio cervello comprende la Realtà elaborando parole che ad essa rinviano, che la significano. "Significare" vuol dire "rendere segno", cioè tentare di riprodurre attraverso il linguaggio (il segno) qualcosa che esiste, che è. Più parole conosco, più accurata sarà l'indagine; più profondo è il senso che sono capace di imprimere alle frasi che formulo, più saranno compiute le mie argomentazioni e più crederai che io sia intelligente; e più riuscirò a comunicare la Realtà che si mostra. Senza parole, non è vero che non potrò fare esperienza della Realtà, ma non potrò descriverla, comprenderla e quindi comunicarla. Questo farà di me uno stupido.
Si raccontava di un uomo che era nato giurista. Fin da bambino non aveva fatto esperienza di alcun altro linguaggio che non fosse quello giuridico. Al posto delle favole leggeva la giurisprudenza e al posto dei libri di scuola, studiava i codici di diritto. A cena con gli amici l'avvocato-nato si trovava sempre in un'impasse: non riusciva mai a dare l'ordinazione perché dove gli altri domandavano una pizza, lui domandava di stipulare un accordo sinallagmatico avente ad oggetto una prestazione complessa di fare e di dare. I camerieri rimanevano sbigottiti e pensavano sempre che fosse pazzo oppure stupido, oppure che li stesse prendendo in giro e allora spesso lo ignoravano e andavano via. Il problema era che il giurista-nato non conosceva il linguaggio colloquiale, perciò nel ristorante vedeva un locale commerciale, nei camerieri prestatori di lavoro, e nell'ordinazione la fase prenegoziale del contratto ad essa correlata. Il giurista-nato vive un'avulsione: descrive i fatti con il solo linguaggio di cui è a conoscenza e comunica la Realtà che comprende con il senso del proprio linguaggio ancorché questo non sia pertinente al contesto.
La domanda da porsi è: la descrizione della Realtà del giurista-nato è più o meno corretta di quella fatta dalle persone "normali"?
È lecito ritenere sbagliata la sua prospettiva? Come si stabilisce la pertinenza di un linguaggio ad un contesto? Se un cane ed un uomo vedono i colori in modo diverso, quale delle visioni è più fedele alla Realtà?
Io non so come sia fatta la Realtà, ma sono certo che non sia fatta di parole. Il linguaggio conforma nella nostra mente l'idea di Realtà ma ne è soltanto un'imitazione, in quanto tale difettata e imperfetta. L'arroganza dell'uomo porta a sussumere la nostra impressione della Realtà codificata nel linguaggio sotto la Realtà assoluta, incappando nell'inganno di credere reale quello che sentiamo e descriviamo attraverso i sensi. Il linguaggio ci ha permesso, almeno fino ad ora, di sopravvivere all'estinzione. Ma con la codificazione del sapere, comincia a diventare la fonte di realtà in surroga della Realtà stessa.
Di che colore è una mela? Verde?
Una mela è verde perché la luce vi si rifrange. Se è buio però, non vedrò il colore della mela.
Ma di che colore è la mela quand'anche si faccia buio? L'unica risposta possibile è che la domanda non ha alcun senso. La mela non ha colore, ma viene percepita verde in quanto si pone in relazione con la luce e con il linguaggio di chi osserva. La descrizione che facciamo delle cose è nostra ma non è più o meno giusta di altre percezioni. Semplicemente è nostra.
Il difetto di realtà del linguaggio si legge nella storia del giurista-nato: la sua impressione della Realtà non è più sbagliata delle altre perché sono tutte essenzialmente imperfette, come le fotografie sono tutte imitazioni di un istante, i linguaggi sono descrizioni imperfette dell'essere. La pertinenza e la giustezza di un linguaggio su un altro non sono definite che dalla consuetudine, non da un consustanziale legame con il reale. Il linguaggio è lo strumento con cui indaghiamo la Realtà, ma il linguaggio finisce per disegnare i contorni della stessa realtà che viviamo, assurgendo non a strumento, ma a oggetto delle nostre stesse convinzioni. Linguaggi diversi sono semplicemente diversi, ognuno con le relative caratteristiche, ognuno inevitabilmente avulso dall'essere.
Se tutto ciò è vero, cos’è questo testo se non un garbato artifizio retorico?
Siamo gettati in una dimensione di cui abbiamo coscienza ma non possiamo comunicare,
ma quel che è peggio,
viviamo senza appieno comprendere.
E questa chiamiamo Realtà.