La famiglia Amati occupa un posto fondamentale nella storia della liuteria italiana e, più in generale, nella storia del violino. Attiva a Cremona dalla metà del XVI secolo fino alla metà del XVIII secolo, la dinastia degli Amati contribuì in maniera decisiva alla definizione della forma, della costruzione e delle caratteristiche sonore del violino moderno.

Quando Andrea Amati, il capostipite della famiglia, iniziò ad esercitare il mestiere di liutaio, il violino non aveva ancora assunto una forma completamente standardizzata. I liutai sperimentavano dimensioni, proporzioni, curvature e soluzioni acustiche differenti. Il contributo di Amati fu quindi importante non soltanto per la qualità dei suoi strumenti, ma anche perché contribuì a stabilire un modello destinato a esercitare una lunghissima influenza nella liuteria internazionale.

Tra queste innovazioni vi furono la posizione del ponticello, che venne collocato più in alto, la forma e la collocazione delle aperture armoniche e soprattutto il sistema costruttivo basato sull'utilizzo di una forma interna. Quest'ultima soluzione consentiva di ottenere una struttura più regolare e spessori più sottili, con conseguenze importanti sul comportamento vibratorio della cassa.

Gli strumenti di Andrea Amati sono caratterizzati da una voce particolarmente dolce e raffinata. Molti critici sottolineano proprio il contrasto tra la sonorità meno potente rispetto ad altri strumenti dell'epoca e una maggiore dolcezza del suono, insieme a bombature relativamente elevate, aperture armoniche meno ardite e una vernice dorata resistente.

Una caratteristica importante della produzione Amati è inoltre la qualità dei materiali e della lavorazione. Gli strumenti presentano legni accuratamente selezionati, linee eleganti, filettature precise e riccioli finemente scolpiti. Nella tradizione costruttiva Amati ricorrono anche particolari tecnici molto specifici, come il piccolo foro praticato all'interno delle bombature e successivamente richiuso, utilizzato per individuare il punto di massimo spessore.

Gli strumenti conservati che possono essere ricondotti con certezza alla sua produzione sono pochissimi: al giorno d’oggi ne sono rimasti sedici, costruiti tra il 1564 e il 1574. Alcuni appartenevano alla collezione di Carlo IX di Francia e sono riccamente decorati con stemmi, motti e motivi ornamentali.

Andrea Amati, violino "Ottavino", 1564. Lo strumento fu commissionato per Carlo IX di Francia. Tuille House Museum and Art Gallery.

Dopo Andrea, la bottega passò ai figli Antonio e Girolamo Amati. I due continuarono a sviluppare il modello paterno e lavorarono insieme per diversi decenni, firmando gli strumenti con i loro nomi (Antonius et Hieronymus Fr. Amati Cremonen. Andreae fil. F.). Tuttavia i due fratelli ebbero delle divergenze in ambito economico e si separarono nel 1588. Dopo questa data Girolamo iniziò a firmare i suoi strumenti con il proprio nome, salvo poi tornare ad utilizzare la firma dei fratelli Amati poiché considerata più conosciuta e maggiormente redditizia.

Il loro lavoro rappresenta un passaggio importante nell'evoluzione del violino. I fratelli Amati mantennero l'attenzione per la qualità costruttiva e per l'eleganza delle proporzioni, ma introdussero anche modifiche nelle bombature e nelle aperture armoniche. Vengono attribuite a loro, tra l'altro, un perfezionamento delle aperture a forma di effe e una particolare attenzione all'armonizzazione del profilo dello strumento.

La produzione della bottega Amati non era però rigidamente uniforme. Alla fine del Cinquecento il violino era ancora uno strumento in fase di evoluzione e gli Amati sperimentarono diverse forme e dimensioni, cercando soluzioni capaci di produrre differenti risultati sonori. Questa libertà di ricerca è uno degli aspetti che rendono particolarmente importante la loro attività nella storia della liuteria.

Girolamo ed Antonio Amati, violino del 1596

Firma di Girolamo Amati

Il membro più noto della famiglia fu certamente Nicolò Amati, nato a Cremona nel 1596 e morto nel 1684. Nipote di Andrea e figlio di Girolamo, Nicolò ereditò la bottega in un periodo particolarmente difficile, segnato anche dalla peste che colpì Cremona e provocò gravi perdite all'interno della famiglia.

Nicolò riuscì tuttavia a trasformare profondamente il modello ereditato dai suoi predecessori. Dopo una prima fase in cui continuò la tradizione paterna, elaborò un modello più personale, destinato a diventare noto come “Grande Amati”.

I “Grandi Amati” sono strumenti di straordinaria raffinatezza, riconoscibili per la purezza delle linee, i bordi leggeri, la testa finemente scolpita, le effe slanciate e una vernice giallo-dorata trasparente con riflessi brunastri. Raggiungono generalmente una lunghezza della cassa compresa tra circa 34 e 35,4 centimetri. Presentano linee molto curve, punte eleganti, filettature estremamente precise. Anche alcuni particolari interni possono risultare significativi, come i legni di salice o abete all’interno della cassa armonica, una particolare costruzione delle fasce inferiori, un diverso posizionamento dei perni di fissaggio e l'assenza di giunte nei filetti.

È però importante ricordare che gli strumenti antichi sono spesso arrivati fino a noi dopo numerosi interventi. Infatti molti violini del Seicento e del Settecento sono stati modificati per adattarli alle esigenze dell'esecuzione moderna: possono essere originali la tavola, le fasce, il fondo e alcune parti del cavigliere, mentre altre componenti sono state sostituite o modificate.

Il risultato non fu soltanto estetico. Nicolò cercò di ottenere una maggiore potenza e pienezza sonora mantenendo la dolcezza e la chiarezza che avevano caratterizzato la tradizione familiare. Questa trasformazione è legata soprattutto a una diversa concezione delle bombature e delle fasce, che contribuì a produrre un suono più adatto alle nuove esigenze della musica del Seicento.

L'importanza di Nicolò Amati non si limita ai suoi strumenti. La sua bottega divenne infatti un importante centro di formazione per giovani liutai destinati a diventare protagonisti della storia della liuteria cremonese.

Tra gli apprendisti e collaboratori associati alla sua bottega figurano Andrea Guarneri e Francesco Ruggeri; anche il giovane Antonio Stradivari è tradizionalmente collegato alla scuola di Nicolò Amati. Tuttavia per Stradivari è opportuno distinguere la tradizione dalle prove documentarie: un violino del 1666 reca un'etichetta nella quale Stradivari si definiva discepolo di Amati, mentre non esistono documenti che permettano di ricostruire nei dettagli il suo eventuale apprendistato.

Nicolò Amati, 1649, Ashmolean Museum

Firma di Stradivari, 1666

La storia della famiglia Amati si concluse con Girolamo II Amati, figlio di Nicolò, la cui attività non raggiunse però la stessa importanza di quella del padre. Dopo difficoltà economiche e familiari, la produzione della bottega diminuì progressivamente e, con la morte di Girolamo II nel 1740, si chiuse la lunga storia della dinastia.

Girolamo II Amati, etichettato “Hieronymus Amatus Cremonen. Nicolai Figlius Fecit 1693”

L'eredità degli Amati, tuttavia, rimase fondamentale. La famiglia contribuì a trasformare il violino da strumento ancora in fase di definizione in un modello costruttivo riconoscibile e destinato a dominare la liuteria europea. Il lavoro di Andrea stabilì alcuni principi fondamentali; Antonio e Girolamo li svilupparono; Nicolò li portò a un livello di straordinaria perfezione.

La loro influenza si estese così ben oltre la famiglia. Attraverso la bottega di Nicolò Amati passarono alcuni dei protagonisti della futura scuola cremonese e il modello Amati costituì una base essenziale per gli sviluppi successivi della liuteria. Per questo, ancora oggi, gli Amati sono considerati i padri della liuteria moderna e riconosciuti come un’eccellenza della liuteria italiana in tutto il mondo.