Un giorno il Sole brucerà molto più forte di oggi, le acque evaporeranno e la Terra diventerà un deserto rovente, forse inghiottito dalla sua stessa stella.

Gli scienziati stimano che questo scenario potrebbe verificarsi tra miliardi di anni, ma è un problema che probabilmente l’umanità non farà in Tempo a porsi. Prima che il Sole possa trasformarla in un deserto, altre ragioni avranno già reso la Terra un luogo inospitale alla vita. Forse il nostro pianeta sarà l’entusiasmante scoperta di qualche aliena civiltà, oppure fagocitato da un buco nero, o chissà a quale altro destino andrà incontro. Tra molto meno di miliardi di anni potremmo aver del tutto esaurito le risorse del nostro pianeta; potremmo aver del tutto inquinato le acque dei mari, e quelle delle montagne, che oggi scorrono cristalline e purissime, saranno diventate acide e tossiche; i governi potrebbero intraprendere guerre nucleari su larga scala che causerebbero il crollo globale dell’agricoltura, catastrofi varie e conseguenti carestie; nuovi sistemi di IA generale potrebbero sviluppare obiettivi in contrasto con la sopravvivenza dell’umanità, sfuggire al controllo umano o la c.d. IA fisica potrebbe creare armi autonome di distruzione di massa; l’inquinamento potrebbe renderci sterili, impedendo di fatto la prosecuzione della specie; un grande asteroide venuto da molto lontano potrebbe abbattersi sulla Terra cancellando ogni forma di vita complessa, oppure fenomeni cosmici come un lampo gamma o l’esplosione di una supernova vicina potrebbero distruggere l’atmosfera irrimediabilmente.
Questo non è un isterico grido apocalittico, ma una ragionata presa di coscienza: un giorno l’umanità dovrà rinascere su un nuovo pianeta e abbandonare la Terra.
Il Tempo muove con lentezza ma con certezza; non è quindi un dubbio del se, ma un dubbio del quando tutto ciò avverrà.
Un’alternativa è l’estinzione dell’umanità.

Se io morissi ora, cosa cambierebbe all’equilibrio dell’universo?
Avendo scoperto l’immensità di tutto ciò che esiste, ancora quasi completamente sconosciuto, come possiamo non credere di essere piccole operose formiche che si preparano all’inverno?
Magari l’inverno potrebbe uccidere tutte le formiche, e allora?
Magari la Terra potrebbe surriscaldarsi e uccidere l’umanità, e allora?
Cosa cambierebbe nella prospettiva universale delle cose?
Dobbiamo comprendere noi umani se davvero la sopravvivenza sia il nostro grande scopo.
Cui prodest?!
Sopravvivere per quale grande ragione?
Se davvero fosse questo il nostro scopo, allora enormi sforzi e un vastissimo impiego di risorse e forze ci sono demandati. E comunque potrebbe essere tardi, troppo tardi, per riuscire a portare la vita dell’uomo fuori dalla Terra, prima che l’uomo distrugga se stesso, sulla Terra. Le economie, le strategie politiche, le intese internazionali dovrebbero tutte orientarsi in questo senso, accentrando capitali e risorse nelle mani di quelle potenze capaci, oggi, di compiere ricerca e sperimentazione sulla vita della Nuova Umanità di domani.
A tutto danno delle istituzioni minori e di quei popoli esclusi da tale ambizioso progetto: loro patirebbero l’indigenza e i sacrifici necessari perché da altra parte del mondo si possa impedire l’estinzione.
Nascerebbero profondissime domande e questioni etiche: quale genetica umana è più degna di trovare spazio nella Nuova Umanità, quale coscienza della vecchia umanità dovranno avere i nuovi umani, quali diritti, quale identità, quale bandiera, quale economia, quale scienza, creatività, immaginazione, passione, quali sentimenti?
Ricorderanno di noi i Nuovi Umani? Conosceranno le meraviglie di cui siamo stati capaci? Conosceranno la tragedia della nostra fine? L’arroganza con cui dal distruggere tutto non ci guardammo? Saranno capaci di impedire l’eco delle tragedie che riguardarono la Vecchia Umanità?

Forse un giorno a qualcuno simile a noi sarà proposto di partire. Gli sarà detto: “Sulla Terra non c’è più terreno fertile perché l’uomo l’ha del tutto contaminato; non c’è più acqua potabile perché l’uomo l’ha del tutto avvelenata; non ci sono più bestie da allevare perché i loro geni mutati le hanno rese sterili; non c’è più luce di cui la vita possa nutrirsi perché i fumi dell’uomo hanno oscurato il cielo.”
Gli domanderanno: “Vuole offrirsi volontario per andare su un nuovo pianeta? Dovrà sopravvivere, dovrà procreare e assicurarsi che anche chi verrà dopo di lei potrà farlo!”
Quell’essere umano simile a noi sarà come le prime scimmie inviate nello spazio per il bene dell’umanità. Una scimmia spaziale. Se l’opera di quelle scimmie dovesse avere successo, infine l’umanità avrà colonizzato un nuovo pianeta. Come Cristoforo Colombo sbarcò sulle coste di San Salvador, così le scimmie spaziali approderanno sulla Nuova Terra e lì fonderanno una nuova civiltà, la Nuova Umanità.

Alla fine dei nostri giorni morirà l’ultimo essere umano sulla Terra, con la speranza ancora stretta tra le dita, la speranza di chi si è rifiutato di abbandonare Madre Terra.
Attenderà la morte con gli occhi al cielo oscurato, a ricordare quando di notte si vedevano le stelle, quando con sua moglie, da ragazzi, si innamorarono guardando Orione brillare nell’immensa oscurità.

Siamo nell’universo, ma l’universo non ci appartiene.
Vi siamo stati infilati dentro un po’ per caso, ci siamo evoluti nella storia, abbiamo costruito e distrutto, fatto guerre e fatto pace, inventato, creato, ispirato, sognato fino ai più remoti meandri dell’essere.
Ma non siamo eterni. Per quanto grande e distante possa sembrare il Tempo trascorso dal giorno zero, questo non è che invisibile al cospetto dell’Eternità, in cui senza grande merito siamo stati gettati, e di cui occupiamo soltanto una parte appena concepibile dal pensiero.
Chi ha pensato che l’uomo debba durare in eterno? Chi l’ha definito?
Chi ci dice che questa generazione di umani non sia il secondo, terzo, centesimo tentativo di fuggire dall’estinzione?
Prima di noi c’è stata un’altra civiltà che ha ambito alla sopravvivenza?
Siamo noi stessi il frutto della colonizzazione di un nuovo pianeta, ma ne abbiamo perduto la coscienza?
E se fosse che la nostra civiltà sia nata dalla colonizzazione di qualche scimmia spaziale di una lontana ed estinta umanità gemella?

È l’alba.
Ascolto l’armonia perfetta della risacca delle onde.
Vedo lontano il guizzare di strane creature, delfini, che cavalcano le correnti del mare.
Li vedo rompere i contorni del cielo incendiato all’alba dal giovine Sole.
Me, incendiato da questi miraggi.

Penso: questo posto mi ha dato la vita.
Non so cosa sia la Bellezza e non so certo descriverla, ma di tutta la bellezza ogniddove questa terra è fiorente.

Penso: questo posto è meraviglioso.
Ma per tutta questa bellezza soffro un tremendo dolore. Il dolore di chi verrà un giorno e rimpiangerà il mio Tempo, di cui del bello vi era la grazia.

Madre Terra non potrà essere per sempre, ma noi umani, noi possiamo essere per sempre?
Se vogliamo resistere al Tempo, se davvero lo scopo è ambire alla persistenza, dobbiamo abbandonare la Terra.
È un pensiero angosciante. Il silenzio del deserto che abbiamo lasciato, là dove c’era il mare.
Vedevo colori fulgenti dove ora stanno rocce riarse e sabbie grigie.

Dobbiamo capire: l’istinto di vincere l’estinzione supera il rispetto che merita la Terra?
D’altra parte, a che serve preservare la Terra se siamo destinati ad abbandonarla, a meno di estinguerci?

Potremmo rassegnarci all’estinzione e rinunciare all’ambizione dell’eternità. Potremmo comprendere che il Tempo non ci appartiene e vivere serenamente in pace con il resto.
Ma in attesa di scomparire per sempre.
Potremmo opporci all’ineluttabilità del futuro prescritto e tentare di compiere enormi sforzi per non cedere alla finitezza.
Una di queste scelte, forse, saremo chiamati a compiere.
Non so se sarò spettatore del destino dell’umanità.

Vivo serenamente l’interludio tra l’inizio e la fine.
Vivere è un’avventura straordinaria.