Siamo cresciuti con la convinzione che internet fosse un luogo meraviglioso, un luogo libero, in cui poter esprimere liberamente le proprie idee e le proprie passioni. Ci siamo convinti che internet avrebbe unito l'umanità, l'avrebbe resa una sola grande famiglia. Abbiamo creduto che internet avrebbe abbattuto i confini tra le nazioni e cancellato le differenze tra i popoli; avrebbe aiutato le persone in luoghi difficili a costruirsi un futuro dove anche la speranza veniva a mancare.

Il sogno di internet sta sfumando sotto il nostro sguardo impotente.

Alla fermata della metro vedo sguardi persi dietro il grigio di schermi. Vedo fragilità e tormenti crescere alimentati dagli standard imposti dai social. Vedo l'odio e la frustrazione sputati contro il prossimo senza pietà. Vedo la politica costruire trend per alimentare le nostre paure. Vedo i potenti controllare il dissenso con l'oblio digitale e trattare le nostre identità, le nostre intere vite, come numeri di un complicato algoritmo. Vedo statistiche, analisi, sicurezza e sorveglianza in ogni attività della nostra vita. Vedo i telefoni diventare parte delle nostre membra. Vedo i computer intelligenti diventare amici, psicologi, amori. Vedo l'umanità diventare un prodotto da vendere al miglior acquirente... su quell'internet che con tanto giubilo avevamo accolto.
A tutto questo ci opponiamo, perché non è il sogno con cui siamo cresciuti. Internet doveva connetterci, invece ci ha disconnessi, dagli altri e dalla Realtà. Viviamo chiusi nel nostro feed, avendo perso la sensazione di tutto quello che c'è fuori.

Forse non cambieremo le cose, forse queste rimarranno parole perdute nei meandri della rete, forse saremo dimenticati dalla storia. Ma non abbiamo perso la fede e mai la perderemo, continuando a sognare un internet libero, sicuro, riservato e in cui ognuno è unico padrone della propria identità e dei propri dati.

Una precisazione: l'intelligenza artificiale non è una nuova forma di tecnologia, non è una nuova scoperta. È la naturale evoluzione di vecchie invenzioni. La nascita di un "registro generale di ogni cosa" (l'internet) ha permesso di acquisire quantità di informazioni senza limiti. Questa conoscenza generale dell'umanità sfugge però al controllo dell'uomo, perché la sua mente è limitata e capace di assimilare solo una piccola parte del linguaggio con cui si può descrivere la Realtà. L'elettronica allora ha creato macchine così potenti e capaci da essere in grado di gestire quantità di informazioni inimmaginabili per la mente umana. Come organizzare queste informazioni? La statistica ha dato risposta alla domanda. Se per dieci volte ripeti a un bambino la frase "prato verde", "prato verde", "prato verde" e poi domandi "prato?", è probabile che il bambino risponda "verde". Ma potrebbe anche rispondere "mamma" perché dieci frasi non bastano a insegnare al bambino il colore di un prato. Così funzionano gli LLMs (large language models): ricercano nelle frasi i pattern ricorrenti, gli schemi, calcolano la probabilità che dopo la parola "prato" ci sia "verde" e allora, se interpellati con la domanda "prato?", rispondono "verde" con un discreto tasso di affidabilità. Come può una macchina "apprendere" la relazione tra "prato" e "verde"? In un certo senso, imparando dall'essere umano. Le neuroscienze hanno capito che il nostro cervello si organizza in schemi ricorrenti, in percorsi di neuroni attivati da certi stimoli: le cosiddette reti neurali. Questi schemi cerebrali evolvono e si modificano mediante un meccanismo biologico chiamato plasticità sinaptica: una fitta rete in cui i neuroni (o i nodi nei modelli informatici) modificano la forza dei propri legami in base all'esperienza e ai dati ricevuti. La differenza è che una macchina, per trovare questi collegamenti corretti, deve scansionare miliardi di frasi, consumando abnormi quantità di energia, laddove al cervello di un bambino basta un solo sguardo alla Realtà per comprendere. Stupidità artificiale! Il punto è che l'IA si può parcellizzare e delocalizzare: non risiede nella sola scatola cranica di un uomo, bensì in enormi data center che lavorano costantemente all'unisono per calcolare e rispondere in modo accurato alle domande poste, come se centinaia di persone ragionassero insieme per rispondere a una sola domanda. L'IA ha un solo scopo e passa le sue giornate a far soffiare i sistemi di raffreddamento, fagocitando miliardi di informazioni. Ma se un bambino impiega tre anni solo per imparare a parlare, a un modello linguistico bastano pochi mesi per assimilare tutta la conoscenza disponibile perché è ottimizzato a farlo e fa solo quello tutto il tempo.
L'IA può imparare tutto e rispondere a tutti. L'uomo no.
L'intelligenza artificiale sta riscrivendo i confini dell'immaginabile. Prima il pensare dell'uomo era vincolato alla domanda: sono capace di realizzarlo? Il paradigma attuale è invertito; la domanda da porsi è: cosa potrei realizzare? Immaginare è tutto ciò che ci resta da fare, ma l'immaginazione è davvero tutto quello che ci resta. Le professioni intellettuali cominciano a snebbiarsi e a perdere la centralità che avevano, i lavori ripetitivi spaventano perché potrebbe arrivare un'IA a sostituirli, persino gli stessi ingegneri del software potrebbero essere soppiantati da quell'IA che hanno costruito. Questo vuol dire che le macchine sostituiranno gli esseri umani sulla Terra? Io non credo, ma dobbiamo capire chiaramente: cosa ci rende umani?
Io non ho la risposta a questa domanda: ho una risposta, la mia.
Ciò che ci rende diversi dalle macchine e da tutti gli altri esseri viventi è la visione che abbiamo della Realtà. È la capacità di guardare, leggere, comprendere e comunicare lo strano sistema di spaziotempo in cui siamo immersi. Siamo capaci di sentire il tempo, di provare emozioni, di sentire la temperatura, la paura, la felicità e tutto il resto. Siamo gli unici sulla Terra capaci di valutare la Realtà, codificarla nel linguaggio e trasmetterla agli altri esseri umani. Questo modo di vivere ha guidato l'evoluzione dell'umanità fino ad ora. Le cose, però, sembrano cambiare. Se l'uomo comincerà a perdere il contatto con il reale, basando le sue conoscenze sulle informazioni precedentemente acquisite da altri e diffuse dall'IA, come potrà accrescersi la conoscenza universale dell'umanità? Come potranno crescere le nuove IA? E più di tutto, come faremo noi a rimanere umani?

L'intelligenza artificiale è uno strumento di cui bisogna apprezzare l'utilità. Ottimizza il nostro lavoro, facilita attività che un tempo erano impensabili e ci aiuta a rendere più accessibile la conoscenza, ma non ne crea di nuova perché quel compito, almeno oggi, è ancora dell'uomo. Questa trattazione, ad esempio, è stata tradotta in inglese con l'aiuto di un'IA, attività che altrimenti avrebbe richiesto tempo e forse l'intercessione di un traduttore. L'ha tradotta, certo, ma una macchina intelligente avrebbe potuto cogliere il senso che in queste righe tentiamo di indagare?
La visione che perseguiamo è quella di un'umanità che vive la Realtà anziché leggerla su un chatbot.
L'essere umano ha il dono che l'IA non potrà mai avere: essere curioso. Indagare quello scorcio di Realtà, per quanto distorto, appannato e incompleto, è la nostra missione. Perseguire la visione è dunque il nostro scopo.